Giovedì, 24 Agosto 2017 09:52

Gazzetta dello Sport, l'inchiesta del giornalista reggino Iaria: ma i soldi chi li mette?

Pubblicato il 19 agosto

di Marco Iaria (Gazzetta dello Sport) - Capitali cinesi e americani, persino un hedge fund, qualche industriale di casa nostra, ovviamente banche e istituti di factoring. Sono questi, in estrema sintesi, i finanziatori delle squadre di Serie A, escluse quelle – davvero poche – che ce la fanno con le proprie gambe. Sta per cominciare un campionato per certi versi storico: con l’addio di Silvio Berlusconi, dopo quello di Massimo Moratti, è definitivamente sparito il mecenatismo milanese che aveva contraddistinto il calcio italiano per un trentennio. E la Serie A, ancora incapace di agganciare la globalizzazione come le leghe di riferimento, si regge in piedi contemplando un mix di modelli. Come trovano i soldi i nostri club? In tante maniere, persino attraverso operazioni di sofisticata ingegneria finanziaria. I ricchi capitali piovuti sul calcio in questa nuova era – basti pensare al colpo Neymar foraggiato da uno Stato – hanno solo sfiorato il nostro movimento: l’unico colosso estero che ha deciso di sbarcare in Italia è Suning. E allora ci si arrangia. Ma, al di là dei contraccolpi della recessione e dei vincoli del fair play Uefa, per molti l’austerity è una scelta. Prendiamo le grandi. Sin dal loro ingresso in questo mondo Aurelio De Laurentiis e Claudio Lotito hanno imposto l’autofinanziamento: il primo ha versato 16 milioni nelle casse del Napoli ai tempi della C, poi basta; il secondo non ha mai dovuto supportare la Lazio. Al più alto livello, l’esempio lo ha dato la Juventus che si è portata a casa sei scudetti in regime di autarchia: l’ultimo aumento di capitale, da 120 milioni, è datato 2011; nelle ultime tre stagioni sono fioccati gli utili, compreso quello particolarmente ricco che sarà festeggiato con l’approvazione del bilancio al 30 giugno 2017, grazie alla mega-plusvalenza di Pogba.Se i bianconeri, grazie ai risultati e all’impennata delle entrate, hanno raggiunto l’equilibrio gestionale, la crisi sportiva delle milanesi si è riverberata sui bilanci. Qui l’autofinanziamento è ancora un miraggio ma le differenze non mancano. Il gruppo di Zhang Jindong, con un fatturato da 60 miliardi, ha immesso dosi massicce di capitale nei caveau dell’Inter per ripianare le perdite, coprire gli acquisti dei giocatori e dare ossigeno alla spesa corrente: 142 milioni da aumento di capitale deliberato a fine giugno 2016 e una serie di prestiti e versamenti nei mesi successivi che, al momento, sono arrivati a circa 230 milioni per un apporto complessivo di oltre 370 milioni. Nessun altro proprietario di Serie A si è spinto a tal punto. L’approccio di Li Yonghong, l’altra new entry cinese, è stato differente. Nell’assemblea di insediamento alla guida del Milan, a maggio, è stato chiamato un aumento di capitale di 60 milioni (di cui 22 versati). Un sostegno superiore è giunto da Elliott, fondo speculativo statunitense: dei 303 milioni stanziati per il takeover rossonero, 123 sono stati destinati al club, una parte (73) per liquidare le banche creditrici e un’altra (50) per il mercato.

L’autofinanziamento, dicevamo, è un mantra. Ma non sempre si riescono a far quadrare i conti. È il caso della Roma: negli anni scorsi se l’era cavata con le plusvalenze (77 milioni netti nel 2015-16) ma nell’ultima stagione, complice l’assenza dalla Champions, Pallotta ha dovuto sborsare 86 milioni (70 in versamenti e 16 in prestiti). Non a caso, quest’estate, sono fioccate le cessioni. Lo stesso ha fatto la Fiorentina che, in nome dell’autofinanziamento, ha proceduto a una vera e propria dismissione, dopo che i Della Valle avevano deciso di chiudere i rubinetti (221 milioni versati dal 2002, gli ultimi 10 nel 2015).

La valorizzazione dei calciatori è l’unica via per non dipendere dall’azionista. Il Cagliari, per esempio, sta provando a diversificare i ricavi con lo sfruttamento commerciale ma in generale sono decisive le plusvalenze. L’Udinese è maestra da anni. Ultimamente spiccano i trading intelligenti di Atalanta e Sampdoria, che esentano da spese Percassi e Ferrero. Anche Chievo, Verona e in parte Crotone si autofinanziano ma quasi nessuna può prescindere dalle banche (e dagli anticipi di cassa), con il top dei finanziamenti di Goldman Sachs a favore di Inter e Roma che hanno messo in pegno gli asset più rilevanti. In A i debiti bancari ammontano a 1,2 miliardi, solo Napoli e Torino vantano lo zero a quella voce. Cairo ha iniettato 59 milioni nelle casse granata dal 2005 al 2012, poi sono arrivati quattro utili di fila.

Il mecenatismo resiste in provincia. Ed è un mecenatismo da big quello che offrono Squinzi e Saputo. Il Sassuolo beneficia soprattutto delle ricche sponsorizzazioni di Mapei (26 milioni al 31 dicembre 2016), il Bologna poggia sui costanti versamenti di Saputo (20 milioni nell’ultima stagione). E realtà industriali solide come Maluni e Vetroresina supportano le neopromosse Benevento e Spal. Preziosi ha finanziato il Genoa fino agli ultimi assegni di dicembre: le difficoltà non mancano, il patron di Fingiochi lotta ma il club è in vendita.

Ultima modifica il Giovedì, 24 Agosto 2017 10:01

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Squadra
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2 Catania 10
3 Lecce 10
4 Siracusa 9
5 Reggina 8
6 Trapani 7
7 Akagras 7
8 Bisceglie 7
9 Catanzaro 7
10 Virtus Francavilla 7
11 Rende 6
12 Juve Stabia 5
13 Sicula Leonzio 5
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